C'era una volta la Salvarani

Il sogno della cucina americana a Parma

by Riccardo Bianchini

Salvarani: ascesa, caduta e rinascita

Dalla falegnameria di Golese al successo internazionale, fino alla crisi e al rilancio: la storia di un’eccellenza italiana raccontata da Giovanni Salvarani

 

[Salvarani: "Ecco perché ho deciso di rilanciare il marchio di famiglia" - la Repubblica]

A sinistra i camion d’allora dell’azienda, a destra il fondatore, Renzo Salvarani.

Salvarani Cucine, un nome da sempre sinonimo di eccellenza. Un’azienda che, nella piccola frazione di Baganzola, ha contribuito a creare il mito del Made in Italy. Ai tempi d’oro aveva 3000 dipendenti, una squadra di calcio, un team di ciclismo, una squadra di pallavolo, una di baseball e molto altro. Una realtà che, con i suoi miliardi di lire di fatturato, era un faro di luce per tutta la regione. Poi la crisi, il tracollo e il fallimento nel 2011, ma la storia non era destinata a concludersi così: infatti, qualche anno dopo, il figlio del fondatore Renzo Salvarani, Giovanni, riacquistò il marchio e fece rinascere l’azienda. Con lo scopo di rendere omaggio al genitore e di non far dimenticare la storia della realtà parmense, Giovanni decise nel 2018 di realizzare il libro Dossier Salvarani e, a marzo di quest’anno, di stampare la seconda edizione del volume, in occasione dei 100 anni dalla nascita del padre defunto. Un testo composto da una raccolta di atti, documenti e testimonianze che, oltre a raccontare la storia dell’azienda, del suo fondatore e dell’impegno sportivo, si sofferma anche sulla sua dissoluzione.

Dottor Salvarani, cominciamo dagli inizi: «Mio padre è partito dal nulla, è nato nel 1926 nel comune di Golese, alle porte di Parma. Era il primo di 7 figli. Raggiunta una certa età, si è subito dato da fare, avviando insieme al fratello Emilio nel 1939 una piccola falegnameria. Nel giro di poco tempo mio padre e mio zio diventarono esperti e riuscirono, grazie a qualche macchina inventata, a costruire i mobili impiegando metà tempo dei falegnami più affermati. Ancora non sapevano che, a distanza di qualche anno, la loro sarebbe diventata la più grande fabbrica europea di cucine componibili».

Quando arrivò il primo risultato? «Nel 1949, con la vittoria del primo premio alla mostra di mobili di Colorno, dove avevano esposto una camera da letto completa; questo li stimolò ad assumere altri dipendenti e ad andare avanti. Si arrivò poi ai primi mobiletti fatti in serie, per l’esperimento, i fratelli decisero di produrre un portaradio, un portabombola e un mobiletto pensile. Andavano a venderli con una vecchia Fiat. I prodotti andavano a ruba, nel giro di pochi anni ne vendettero decine di migliaia. Andava tutto liscio e, non appena entravano i soldi, i due fratelli li investivano di nuovo in azienda. Ma la svolta c’è stata veramente con le cucine componibili, la produzione aumentò tanto da costringere i due fratelli a creare nuovi capannoni. È in questi anni che la fama si costruì e, pochi anni dopo, con il boom economico, le cucine Salvarani divennero uno status symbol, le volevano tutti, in Italia e all’estero. Per anni continuò a crescere fino a diventare la più importante azienda di cucine a livello internazionale».

Quando cominciò l’avventura della Salvarani nel ciclismo? «Siamo partiti con la nostra squadra nel 1963. Vincemmo tutto: il Tour de France, la Vuelta, tre volte il Giro d’Italia, il Giro di Lombardia, la Parigi-Roubaix, il Giro delle Fiandre, la Milano-Sanremo e quindici titoli nazionali tra strada, cross e pista».

Altre partecipazioni sportive? «Certo, eravamo nella pallavolo, nel baseball e nel calcio. Ricordo quando fallì il Parma e, per farlo ripartire, mio padre mise dei soldi insieme ad una famiglia di costruttori. Lui era molto legato al sociale».

Come sono cominciati e come si sono evoluti i problemi? «Per gli scioperi. C’erano delle linee di produzione che, per questo motivo, non rispettavano le scadenze e i termini di consegna per i mercati esteri. Mio padre, nel 1977, dopo essersi rivolto alla politica, chiese aiuto all’Unione Industriali, che intervenne inserendo due esperti di economia nell’azienda. La Salvarani venne affidata a un nuovo management; nel 1978 vennero messi capitali enormi, vennero trovate risorse per fare un salto di qualità e vennero messe in mano ad alcuni personaggi e, dopo quattro mesi, l’azienda si ritrovò con le casse prosciugate. A quel punto mio padre se ne andò era il 1979 quando ha ceduto le quote. Il marchio nel 1982 cominciò ad andare in declino fino agli anni 2000, quando l’azienda fallì. In sintesi, chi doveva difendere gli interessi di mio padre era a libro paga di altri».

 

Perché nel 2018 ha riacquistato il marchio? «Ho ritenuto che il brand potesse dare ancora tanto. Infatti, a darmi ragione l’anno scorso è stato un sondaggio sul Corriere della Sera che posizionava la Salvarani come il quinto marchio di cucine più attrattivo d’Italia».

Obiettivi futuri? «Continuare a lavorare su prodotti innovativi. Il nostro scopo è far sì che il prodotto sia riconoscibile».

Prossimo libro? «Renzo Salvarani il re delle cucine, è lì sulla scrivania da 5 anni, prima o poi lo pubblicherò».

r.b.

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